Le 3 regole da rispettare se vuoi criticare il tuo datore di lavoro

L’art. 21 della nostra Costituzione afferma che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…”.

Questo diritto vale anche sul luogo di lavoro? Il lavoratore può criticare il suo datore?

La risposta è positiva, ma ci sono dei limiti che bisogna rispettare.

Del resto, se è vero che l’art. 1 dello Statuto dei Lavoratori ribadisce che “I lavoratori […] hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e delle norme della presente legge”, è altresì vero che i lavoratori subordinati hanno anche un obbligo di fedeltà e collaborazione.

Come se ne esce?

Per delimitare i confini del diritto di critica e di manifestazione del proprio pensiero da parte del lavoratore, la giurisprudenza ha indicato negli anni alcuni principi, che sono stati richiamati da una recente sentenza della Corte di Cassazione e che vale la pena indicare sinteticamente:

  1. Verità: innanzi tutto i fatti narrati dal lavoratore devono essere veri (o quanto meno così devono ragionevolmente apparire a chi li afferma);
  2. Modalità: la critica deve essere espressa in modo civile e rispettoso della dignità altrui; tuttavia, si potrà però tener conto del contesto nel quale la critica viene espressa (un conto è un articolo di stampa, un altro conto è un pezzo di satira);
  3. Interesse: deve sussistere un interesse ad esprimere la critica; pertanto, se la critica riguarda le condizioni del lavoro e dell’impresa, non v’è dubbio che il lavoratore debba potersi esprimere liberamente; ben diverso è il discorso per le opinioni riguardanti, ad esempio, le qualità personali del datore di lavoro, vale a dire quelle opinioni volte solo a ledere la sua onorabilità.

In estrema sintesi, questi sono i criteri da tenere bene a mente quando un lavoratore vuole esprimere il proprio pensiero sul luogo di lavoro o comunque su fatti e circostanze riguardanti il suo lavoro.

Se anche solo uno di questi tre criteri viene violato, si può configurare un illecito disciplinare, che naturalmente non sempre porterà al licenziamento, ma che giustificherà un provvedimento disciplinare.

Avv. Mauro Sbaraglia

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